Enrico Berlinguer

Nacque a Sassari l'11 maggio 1891 da Enrico, noto avvocato repubblicano di Sassari, e Caterina Falco. Repubblicano fin dalla prima gioventù e militante in una lega contadina, fu allievo ed amico dell'onorevole Pietro Satta Branca. Nel 1905 iniziò a frequentare la redazione del quotidiano sassarese La Nuova Sardegna sul quale pubblicò articoli politici, racconti e scritti di critica letteraria. Avviato anch'egli agli studi di diritto, come pure il fratello Aldo, si laureò in giurisprudenza nel 1913 discutendo una tesi di filosofia giuridica e nel 1914 sostenne gli esami di procuratore legale.

Interventista e volontario nella prima guerra mondiale come ufficiale di fanteria, dal dopoguerra militò a Sassari su posizioni demoliberali e amendoliane: eletto nel 1922 consigliere provinciale nel mandamento di Fonni, restò in carica fino allo scioglimento del Consiglio stesso. Nel 1924 - già largamente conosciuto come avvocato e pubblicista - fu candidato della lista demoliberale alle elezioni politiche, in una campagna elettorale resa difficile e pericolosa dalle violenze dei fascisti: lo stesso B. subì nel marzo, a Ploaghe, un attentato e riportò ferite da coltello. Risultò comunque l'unico eletto della lista demoliberale in Sardegna, sopravanzando in voti di preferenza anche il capolista, il deputato Francesco Cocco Ortu. L'anno stesso divenne uno dei gestori della Nuova Sardegna e - in collegamento con l'Unione nazionale capeggiata da Giovanni Amendola, alla quale aveva aderito fin dalla fondazione, divenendone uno dei massimi dirigenti - condusse una vigorosa campagna di stampa antifascista volta in direzione della restaurazione liberale (il giornale era stato fino ad allora sostanzialmente attendista e neutrale nei riguardi dei movimento fascista).

Nel breve e tormentato corso della XXVII legislatura, il B. militò nelle file dell'opposizione aventiniana, fece parte dei comitato centrale dell'Associazione nazionale per il controllo democratico, partecipò alla direzione dell'Unione nazionale, collaborò al Mondo e, come molti deputati antifascisti, fu dichiarato decaduto dalla carica nel novembre 1926. Durante questo periodo subì più volte aggressioni e percosse da parte dei fascisti.

Negli anni Trenta si dedicò alla professione ed alla famiglia (nel 1921 aveva sposato Mariuccia Loriga, morta nel 1936, dalla quale ebbe i figli Enrico e Giovanni) estraniandosi dalla lotta politica attiva, pur continuando a mantenere contatti con gli ambienti antifascisti.Nel 1942 riprese, clandestinamente, la milizia politica. Non più praticabile l'ipotesi amendoliana della restaurazione liberale, il B. fece proprie le posizioni che a livello nazionale andava elaborando il Partito d'azione e, insieme con Stefano Siglienti, operò da tramite tra questa nuova organizzazione nazionale e quanto rimaneva della tradizione dell'azionismo sardista, dando così vita ad una vivace organizzazione di resistenza. In particolare, alcune settimane prima del 25 luglio 1943, il B. si fece promotore della pubblicazione e della diffusione di un giornale clandestino, Avanti Sardegna!, del quale uscirono cinque numeri, che invitava la popolazione alla lotta armata, alla ribellione ed al sabotaggio e chiamava l'esercito a rivolgere le anni contro i Tedeschi e i fascisti (il giornale è stato riedito a Roma dallo stesso B. nel 1945).

Con la liberazione della Sardegna e già prima dell'assimilazione del Partito sardo d'azione con il Partito d'azione (IV congresso regionale del Partito sardo d'azione, Macomer, agosto 1944), il B. sarebbe divenuto figura di rilievo del movimento azionista su scala nazionale. Rappresentante del Comitato di liberazione nazionale della Sardegna al congresso dei CLN (Bari, gennaio 1944), e collaboratore di Carlo Sforza all'Alto Commissariato per l'epurazione dal giugno 1944, contrariamente alle direttive del suo partito ed in sintonia con altri ministri azionisti, non ritirò la sua adesione al governo Badoglio (che lasciava impregiudicata la questione istituzionale) sottolineando l'importanza "dell'opera antidinastica che si poteva svolgere dall'interno" del governo stesso.

Nominato dal governo di Salerno (e poi confermato dal governo Bonomi) alto commissario per la punizione dei crimini fascisti, dopo la liberazione di Roma, svolse, il ruolo di pubblico ministero in alcuni importanti processi celebrati presso l'Alta Corte di giustizia, quali quello contro il questore di Roma Caruso per l'eccidio delle Fosse ardeatine e quello contro il generale Roatta per l'omicidio dei fratelli Rosselli.

Del B. magistrato vanno ricordati, di. questo periodo, due volumetti: La crisi della giustizia nel regime fascista, Roma 1944, e In Assise. Ricordi di vita giudiziaria sarda, ibid. 1945.Membro della Consulta nazionale per il Partito d'azione, in quanto ex deputato, nell'ottobre 1947 aderì al Partito socialista italiano - nel quale avrebbe continuato la sua milizia politica fino all'ultimo - insieme con la maggioranza dei militanti azionisti.

Eletto al Senato nell'aprile 1948, per le tre successive legislature fu deputato alla Camera.

Per tutto il secondo dopoguerra, la sua attività fu specificamente rivolta verso alcuni settori della vita sociale, i pensionati in particolare, dei quali portò la voce nel Parlamento e nel partito. Fu inoltre consigliere comunale a Roma negli anni Cinquanta, presidente dell'Unione per la lotta alla tubercolosi, membro dei consiglio di disciplina della CGIL, presidente dell'Associazione Italia-Romania e membro del consiglio nazionale dei Partigiani per la pace. Sul piano più propriamente politico, fu sostenitore del Fronte popolare nel 1948 e sempre attento a mantenere rapporti unitari a sinistra. Segretario dell'Associazione internazionale giuristi democratici, prestò un'attenzione pressoché costante, come parlamentare e come politico, ai problemi costituzionali.

Nel 1968 non ripresentò la propria candidatura in Parlamento in ragione del suo stato di salute. Morì a Roma il 6 luglio 1969.

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